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Realizzare una biografia che davvero, in un certo senso, riporti in vita un artista scomparso, è un'impresa non facile, ma certamente affascinante. Di sicuro, bisogna amare e comprendere in profondità quell'artista e la sua opera. Troppo spesso certe biografie sono eccessivamente celebrative, retoriche e senz'anima. Salma Hayek volle fortemente un film sulla vita di Frida Kahlo, di cui essere la protagonista. Ed è stata realizzata un'opera di grande intensità, che cerca di cogliere le sfaccettature della personalità di una donna complessa, affascinante, straordinariamente emancipata, che ha vissuto appieno i cambiamenti epocali del Novecento. Un film in cui le opere della Kahlo, la loro rappresentazione all'interno del film, il racconto della vita dell'artista si intrecciano, si confondono, ammiccano l'uno all'altro. Il film è come una cornice in cui le immagini possono scorrere, in cui vita e arte (ricostruite dalla finzione filmica) si intrecciano, si spiegano e si raccontano a vicenda. Lo si nota fin dall'inizio, nei colori squillanti del Messico, che richiamano i colori forti e vibranti, vivaci e sanguigni delle tele di Frida. C.G. Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/6101650/Frida
Un'altra fiaba. Il contastorie più famoso del mondo cinematografico decide di riaprire (finalmente!) il suo immenso libro di fiabe dalla copertina celluloidale e di deliziarci, non solo nel palato, con una delle storie più accattivanti e gustose della letteratura per bambini: "La fabbrica di cioccolato" di Roal Dahl.
![]() A distanza di più di trent'anni, la fabbrica più famosa dell'immaginario infantile riapre le sue porte, cinematograficamente parlando, rivisitata con il tocco magico e originale del grande Tim Burton, che neanche questa volta s'è lasciato scappare l'occasione di raccontarci una favola in modo genuino e semplice, tipicamente nel suo stile. Cinque biglietti d'oro. Cinque preziose tavolette Wonka, pronte a finire tra le mani di cinque fortunati vincitori. Cui è riservata una delle opportunità più grandiose: trascorrere un'intera giornata, accompagnati da un parente, nella più grande e famosa fabbrica di cioccolato del Pianeta, dall'architettura non lontana dai gotici palazzoni di Gotham City di "Batman" o dal castello stridente di "Edward mani di forbici", chiusa al pubblico da anni, dopo la scoperta di una spia che rivelava alle aziende concorrenti gli ingredienti segreti dei dolciumi Wonka. Cinque vincitori, cinque personalità diverse, che dovranno scontrarsi con il più ambiguo e sorprendente dei personaggi della letteratura per bambini, l'eccentrico proprietario della fabbrica Willy Wonka. In ordine, uno per uno, i cinque bambini varcano la soglia della fabbrica, un limen netto che separa drasticamente la realtà fredda e grigia dell'esterno (non a caso, l'enorme ingresso della struttura è spolverato di candida neve, elemento burtoniano per eccellenza) dal no-sense colorato e a tratti allucinogeno dell'interno della fabbrica. A fare da porta d'ingresso è un buffo marchingegno con pupazzetti meccanici, non tanto lontani dai kitsch bambolotti meccanici di luna park scadenti, che intonano una canzone ripetitiva e disgustamente autocelebrativa, che si autodistrugge davanti agli occhi sorpresi e altezzosi dei vincitori.Al loro cospetto, inforcando due spaventosi occhiali psichedelici, si presenta lui, il cilindrato e pacchiano Willy Wonka (interpretato da un impeccabile Johnny Depp, attore feticcio burtoniano per eccellenza...peccato che il doppiaggio non faccia onore alla sua interpretazione), che con occhio tra l'altezzoso e il sospettoso, scruta i cinque vincitori: c'è Augustus Gloop, il farcito bambino tedesco, che ingoia qualsiasi cosa abbia sapore, peccatore di golosità (debolezza che gli costerà una simpatica punizione); poi abbiamo Violet Beuregarde, la bionda ruminante campionessa tuttologa,immersa nell'arroganza fino alle punte del suo caschetto dorato, che cadrà vittima della sua stessa superbia; poi c'è Veruca Salt, la principesca viziata di turno, che proprio in preda ai suoi deliranti capricci, subirà una sorte poco piacevole; poi c'è Mike Teavee, il piccolo genietto saccente, con un ego altamente strabordante (tipica, ahimè, di bambini che vengono inseriti nel mondo degli adulti troppo in fretta), che, a causa delle sue manie di protagonismo, non verrà risparmiato da una solenne punizione; e infine c'è lui, il vero protagonista dell'intera fiaba, il piccolo dal cuore tenero, l'eroe dai sentimenti sinceri, il dolcissimo Charlie Bucket (interpretato da un ingenuo e semplice Freddie Highmore, piccola stella nascente già al fianco di Depp in "Finding Neverland"), l'unico che osserva con occhi limpidi il mondo delirante della fabbrica. Il cammino dei cinque esploratori è accompagnato dalle coreografie "boy-bandesche" e dalle canzoni (God bless Danny Elfman, immancabile e affezionatissimo compositore della crew burtoniana, che anche in questa occasione ha sfornato pezzi incredibili, in pieno stile zuccherino) dei piccoli e formicolanti Oompa Loompa, esserini simili a nanerottoli, unici lavoratori instancabili della fabbrica, chiusi in tutine luccicose, simili, non a caso, a incarti di cioccolatini. Senza scadere nella banalità, Burton riesce a trascinare nel suo mondo insensato lo spettatore ancora una volta, aggiungendo originalità e quel pizzico di morale, tipicamente fiabesco e quindi burtoniano, che rende questo film un altro delizioso esperimento di avvicinamento al mondo infantile. Quello insito negli spettatori oramai adulti, gli unici che potranno cogliere senza esitazioni le stuzzicanti citazioni di "2001: odissea nello spazio"(altamente geniale la sostituzione del monolite kubrickiano con una tavoletta di cioccolata Wonka, con in sottofondo "Così parlò Zarathustra" di Strauss) e "Psycho". ![]() Interessante è lo studio sulla psicologia dei personaggi, scavando più nel dettaglio in quella di Willy Wonka, il personaggio sicuramente più emblematico dell'intera vicenda, non a caso un adulto cui è stata castrata l'infanzia, a causa di un padre (ironicamente) dentista, interpretato da un immancabile Christopher Lee. Willy è smarrito ed euforico. E' un adulto che ha smarrito il significato e la purezza dei veri valori, che riscoprirà attraverso la sincerità dello sguardo di Charlie. L'aspetto che maggiormente cattura dell'intero film è sicuramente la semplicità che Tim Burton ancora una volta ha saputo regalare ad ogni singolo fotogramma, una prerogativa che fa a pugni con la paradossale sfarzosità, a tratti ingombrante, della scenografia della fabbrica. Pochi sono i punti negativi che si possono rintracciare nel film: uno di questi è sicuramente l'ancoraggio, se non un attaccamento morboso, da parte di Burton alle sue operae maiores, che si rintracciano senza inganno all'interno del film (l'inizio non sembra tanto diverso dall'incipit di "Edward mani di forbici"...che sia la neve ad ingannare l'occhio?); altro aspetto negativo, ma questo legato solo alla nostra versione italiana, è l'uso del doppiaggio che ha fatto perdere geniali interpretazioni, tra cui l'originale e già citata interpretazione deppiana. Il libro di Burton si chiude di nuovo, contornato dalla sua morale finale e da un carrello all'indietro, in cui si sbircia una deliziosa casetta sghemba di cioccolato, spolverata di zucchero a velo. Aspettiamo con trepidazione di riaprirlo. Aspettando una prossima fiaba. Di cui già si vocifera il nome. Fabrizia Malgieri Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5852979/La+fabbrica+di+cioccolato
(secondo tempo)
Fabio Migliorati Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5716808/I+Corpi+Insaziabili+di+Cronenb
Premessa Rassegnata all'idea di una carestia filmica, date le vacanze in una città in cui i cinema hanno un'offerta poco variegata, consolata (ma non abbastanza) da Sky, scopro che a Messina si terrà una rassegna di cinema, con cortometraggi e lungometraggi. Il programma è piuttosto interessante: nella suggestiva (e non lo dico per campanilismo) location di Faro, nel parco Horcynus Orca, praticamente in spiaggia, è tenuto dal 21 al 31 luglio l'Horcynus festival. Ogni sera si poteva assistere alla proiezione di 3-4 fra lungometraggi e cortometraggi. Per il ciclo "Cose da un altro mondo" sono stati proiettati film di fantascienza americani degli anni '50/'60. Per il ciclo "Cinema tra le sabbie" sono stati proiettati film di Kitano, Kim Ki Duk e anche opere meno conosciute, legate tra loro da ambientazioni in cui sono presenti distese d'acqua e di sabbia. Infine c'è stata una retrospettiva dedicata al regista Paolo Benvenuti, che è intervenuto a tutte le serate in cui sono stati proiettati i suoi film. Il grande assente è stato Matteo Garrone, che doveva rilasciare un'intervista dopo la visione del suo Primo Amore, ma per motivi personali non è potuto intervenire. Lottando con la furia degli elementi (un cinema all'aperto, in spiaggia, con lo scirocco non è esattamente come un multisala) e con i vari problemi tecnici di un proiettore che deve aver visto anni migliori, ho potuto vedere dei piccoli e grandi capolavori. Ne ho scelti alcuni su cui scrivere delle recensioni.
Regia: Takeshi Kitano
Regia: Mohamed Asli Una produzione italo-marocchina, opera prima del regista Mohamed Asli, questo film, all'interno di una rassegna che vantava opere di Kitano, Kim Ki Duk e classici come "L'infernale Quinlan" e "La morte corre sul fiume", ha catturato la mia attenzione. Il regista ha dichiarato di amare particolarmente il neorealismo italiano, e ad esso si è ispirato nel girare un film che è uno spaccato di vita, in Marocco, di tre emigranti poveri, Said, Ismail e Ottman. Tutti e tre dai loro piccoli villaggi sono stati costretti per vivere a trasferirsi a Casablanca, la grande metropoli che agli occhi di Aicha, moglie di Said, cattura gli uomini che ci vivono e li allontana dalla famiglia. Nei loro villaggi ormai non ci sono più uomini perché, attirati da prospettive di vita migliori, si sono trasferiti tutti a Casablanca. Si può usare il cellulare per tenersi in contatto, ma non ci sono soldi per fare le chiamate e la ricezione è stentata. Aicha e Said non sanno né leggere né scrivere, e le loro lettere vengono scritte dall'imam del villaggio, o dal giornalaio che lavora vicino al ristorante in cui sono impiegati Ottman, Said e Ismail. Lo sguardo del regista ricerca l'oggettività: racconta le giornate tipo di tre lavoratori, le loro difficoltà, i loro sogni.I tre rappresentano tre modi di vivere l'integrazione, l'impatto con la tradizione che sta via via cedendo il passo alla globalizzazione. Ismail è attirato dal consumismo, passeggia e nelle vetrine vede tanti oggetti che solo i ricchi possono permettersi. E' attirato da un paio di scarpe costose, ma più che l'oggetto è ciò che rappresenta ad attirarlo. Razionalmente, sa che non dovrebbe comprarle perché, come gli fa notare Said, sono scarpe da ricchi, che presuppongono un abito costoso, una camicia costosa, una cravatta costosa, tutte cose che lui non potrà mai permettersi. Eppure il sogno di una vita migliore, irrazionalmente, per Ismail è tutto in quelle scarpe. Ottman nel suo villaggio possiede un cavallo, che mantiene nonostante la carestia perché per lui rappresenta l'unico legame col passato, con la gloriosa tradizione di cavalieri della tribù in cui viveva, e quando l'imam minaccia di sottrarglielo torna al villaggio per risolvere la situazione. Said, dei tre, è forse il più equilibrato: non è attirato dagli aspetti superficiali del consumismo, ma lavora seriamente e duramente per mantenere la sua famiglia, per far sì che i figli ricevano un'educazione adeguata, e possano vivere una vita migliore, imparino a leggere perché altrimenti la loro prospettiva resta quella delle scuole coraniche del villaggio, della dipendenza dall'imam. Ma sua moglie Aicha, che ha da poco partorito, ha invece un solo desiderio: riavere il marito, non essere un'altra delle vedove di Casablanca. Allo spettatore non sono risparmiate le umiliazioni del destino beffardo, che non risparmia nemmeno quel poco che queste persone possiedono: Ismail comprerà le scarpe ma la sua gioia durerà poco perché per conto del padrone si deve recare in un cantiere e fra pozzanghere, chiodi e autobus affollati inevitabilmente logorerà le scarpe costategli molti stipendi. L'ultimo sguardo lo segue mentre cammina, le scarpe avvolte da un sacco di plastica nera nel ridicolo e amaro tentativo di proteggerle. Ottman porterà ciò che ancora lo lega alle tradizioni, il cavallo, fino in città ma questo, spaventato del traffico, si imbizzarrisce e scappa, e così è perduto. Ma sarà proprio Said a pagare il prezzo più caro: la moglie Aicha si ammala, forse anche per l'assenza del marito, e Said torna per questo al villaggio. Sul pullman che lo riporta a casa incontra un altro emigrante, come lui, che gli dice che sta tornando al villaggio perché è stanco di una vita lontano dagli affetti, è stanco di non poter vedere i figli crescere. Arrivato a casa, Said decide di trasportare la moglie da un dottore Casablanca, ma la moglie nemmeno arriverà nella città da lei tanto odiata: Aicha muore in taxi, e viene abbandonata sul ciglio della strada, in mezzo alla neve, insieme al marito e a un altro passeggero compassionevole, perché l'autista per paura della polizia non vuole trasportare una morta. Poco dopo l'altro passeggero riesce ad avvisare delle persone in un villaggio vicino, e col loro aiuto, mestamente, trasportano la donna su un mulo. Non c'è speranza, nel film di Asli: gli angeli, intesi come persone umili, sognano di volare in alto ma, come Icaro, finiscono per vedere bruciate le loro ali, i loro sogni. Inserirsi nella società moderna significa, per chi non è nato con le stesse opportunità di tanti altri, sacrificare al lavoro tutto il resto per agguantare spiccioli, mentre il proprietario del ristorante in cui gli uomini lavorano guadagna sulla loro pelle e costruisce appartamenti corrompendo funzionari.Non c'è speranza, e resta come unica possibilità la compassione (dal latino cum-pateo, "soffrire con") di uno sguardo registico pietoso e spietato allo stesso tempo, che mostra la caduta degli angeli e, come il passeggero del taxi, accompagna con mestizia alla fine del cammino i suoi personaggi. Chiara Grizzaffi Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5642148/Horcynus+festival+-+Messina
Hide my head I wanna drown my sorrow
No tomorrow No tomorrow And I find it kind of funny I find it kind of sad The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had I find it hard to tell you I find it hard to take When people run in circles its a very very Mad world Trascendiamo dalle possibili interpretazioni che potrebbero darsi al nome, quell'allitterazione di D che crea un senso di eco.Un suono dentale pesante lui, Donnie Darko, l'anima oscura di una ridente e ipocrita società medio-borghese in cui è intrappolato e costretto a vivere. Un nome che risuona sempre per intero, quasi fosse, come suggerisce la giovane co-protagonista Jena Malone (Gretchen Ross, nel film), il nome di un eroe dei fumetti. Perchè Donnie Darko, nel suo delirio onirico, è un supereroe. Che viaggia nel tempo, che apre porte spazio-temporali, come faceva (un tempo) il giovane Micheal J. Fox in "Ritorno al futuro". Lui, superstite miracoloso (o meglio, miracolato) di un tragico incidente, comincia a vivere con una data scritta sul braccio. Ventotto giorni. Meno di un mese. Quei ventotto giorni che nella vita di una donna, se l'interpretazione non è troppo forzata, stabiliscono il suo ciclo. Donnie Darko ha 28 giorni da vivere, in cui raccogliere quanto più amore e ricordi possibili. Sa che mancherà poco a quella fine. Ma lui chi è? Chi è Donnie Darko? Agli occhi dei genitori e del resto della famiglia, è un povero piccolo psicolabile in cura da un'analista che, attraverso l'ipnosi, cerca di indagare la sua psiche. Un malato, un pazzo, uno che si impasticca di psicofarmaci per curare le sue visioni. Ma sono davvero visioni? Eppure durante tutto il film Donnie Darko ci accompagna per mano nelle sue allucinazioni, le possiamo toccare. E i riferimenti ad un'altra visionaria come l'Alice di Lewis Carrol non mancano. In primis, il coniglio: lui, dalle sembianze mostruose, salva il giovane Donnie Darko da morte certa e sarà proprio lui ad avvertirlo di quei 28 giorni mancanti. Un figura frequente, inquietante. ![]() E poi lo specchio, quello in cui Donnie Darko si vede (e lo vede) riflesso. Ma lui non attraversa quello specchio. Ci prova. Per accoltellare il coniglio che si riflette di fronte a lui. Il mondo attraverso cui camminiamo con Donnie Darko è un piccolo Paese delle Meraviglie, dove il giovane visionario conosce l'amore, l'essere adulto, l'importanza di avere dei ricordi. Perchè quei ventotto giorni lui vorrà ricordarli per sempre. Proprio come quando si scattano delle fotografie per intrappolare il ricordo lì dentro. Ed averne un ricordo materiale. Ma "Donnie Darko" non è solo un film sull'importanza dei ricordi. E' anche ripercorrere le tappe fondamentali per la vita di un ragazzo che, per quanto identificato in un matto, è riuscito a crearsi la sua realtà ed essere più lucido e razionale di quanto lo si creda. E non è casuale la scelta di una colonna sonora finale come "Mad world". Perchè il vero mondo folle non è quello visibile attraverso gli occhi di Donnie Darko il visionario, ma è quello che viviamo giornalmente. Dove a vincere è il bigottismo ferrato delle piccole realtà di provincia; dove a vincere è una guerra ingiusta mandata avanti dai potenti (non a caso si intravede sullo schermo tv un signor George -senior- Bush); dove a vincere è il sogno di diventare chissà che star, una delle tante, senza qualità. Donnie Darko va contro questo mondo malato; lui urla, si ribella. E' lui che conosce la verità del mondo. Gli altri, che siamo noi, continuamo a vivere infetti da queste convenzioni, ritenendo Donnie Darko un pazzo. Ma in realtà, i veri pazzi, ahimè, siamo proprio noi. Quelli che hanno smarrito la strada. Fabrizia Malgieri Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5615696/Un+%28non%29+delirio+oscuro+chiama
Regia : Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino Fotografia: Luca Bigazzi Montaggio: Giogiò Franchini Interpreti principali: Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini Paese : Italia Anno: 2004 Durata: 100 min Una penna scrive su un blocco di carta: “Non sottovalutare le conseguenze dell’amore”. E di questo film, non c’è davvero nulla da sottovalutare. Parlare d’amore, di quello sperato e dimenticato, possibile ed utopico, senza mai scadere nel banale, nel tutto lì…senza affrontare l’argomento come molto (troppo) cinema italiano ci ha abituato. In un albergo svizzero, anonimo e tranquillo, giorno dopo giorno, dose dopo dose, si consuma la vita di un uomo. Nulla pare aver più senso nella vita del Dottor Titta Di Girolamo, senza più immaginazione, senza più la necessità di avere un dialogo. Come sarebbe il mondo senza la possibilità di sognare, senza la voglia la parlare, senza sentirne lo stimolo? In realtà, nonostante quanto sostenga su sé stesso il protagonista, questo suo comportamento è una diga. Un Vajont destinato a cedere sotto la spinta del desiderio di essere amati e di poter ancora amare, afferrare la vita, o almeno provarci, a costo di morire fossilizzati in una cisterna piena di cemento. Timido, Sonnambulo, Tossicodipendente, Di Girolamo è prigioniero. Non può che guardare indietro, al fallimento della sua vita. Si concede, a volte, di spiare quella degli altri. In una scena usa uno stetoscopio appoggiato alla porta ed inizia ad ascoltare cosa accade nell’altra stanza. Strumento preciso ed analitico, perché “I timidi notano tutto, ma sono molto bravi a non farsene accorgere”. ![]() Il Dottor Titta subisce quotidianamente le conseguenze del suo amore passato e subirà in maniera estrema anche quelle dell’ultimo. Sono innumerevoli gli spunti che offre il personaggio e la sua malinconia, dall’amicizia al destino, dalle imposizioni sociali alla malavita. Paolo Sorrentino affronta quest’uomo e quello che ruota intorno a lui da talmente tanti punti che non si sa più da quale cominciare ad analizzare. Forse questo è il segreto, la chiave di una personalità così complessa ed attuale, così vicina a certi uomini di oggi, con il cervello pieno, una spessa maschera e la bocca chiusa. Pedina di un sistema che gli è sfuggito di mano, si muove morto in un purgatorio, indossando un personaggio. Il protagonista, come nella scena iniziale, non è che un uomo immobile trasportato da un lunghissimo ed inquietante tapis roulant. Una non vita poco dissimile da quella della leggendaria maschera di ferro che appassiona storici e fans di Di Caprio. La sua maschera non si vede, non è nè di ferro nè di velluto, ma nasconde ai più che lo circondano la sua identità. Solo lo spettatore privilegiato, che ne ha in mano ogni sfaccettatura
Di Girolamo sceglie, alla fine, di non essere più prigioniero di una vita grottesca, di un sistema arido che gli è scivolato dalle mani. Ultime bolle nel cemento fresco che sta per solidificare, ultimo grido ad un amore in realtà ancora possibile, ma beffardamente rubato dal destino. , può tentare di comprenderlo, come Sofia che si innamora di lui. Come Dino Giuffrè, che mentre lavora sui tralicci dell’Enel, quando è sfiorato dalla malinconia, alza lo sguardo e sa che da qualche parte c’è Titta Di Girolamo, il suo migliore amico.Il regista gira magistralmente, eccezionale il piano-sequenza del protagonista durante il suo “viaggio” innescato dall’eroina. Memorabile interpretazione di Toni Servillo, dalla prima frase fuoricampo del protagonista sembra di entrare dentro di lui, nel suo mondo, nei suoi pensieri - non pensieri, nelle sue paure. La sua maschera all’inizio enigmatica e irreprensibile è talmente costruita e forzata da lasciarci intuire immediatamente la sua grande umanità. Come Antonioni, come l’ultimo Kim Ki-Duk, come certo Wong Kar Wai, le immagini parlano in silenzio. Nella poesia di immagini lente e ritmate trovano deliziosamente spazio anche suspense e ironia. Claudio Prestipino Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5610354/Le+Conseguenze+dell%27Amore
Questo è ciò che è accaduto a duellanti blog nel mese di agosto. Come in un angosciante controesodo autostradale abbiamo rallentato, contravvenendo a tutte le norme (o i clichè?) di questo universo veloce. Ma questa frenata, a noi, è servita. Ci è servita per prendere un grosso respiro, per toglierci la sabbia soffiataci negli occhi dal ridondante uragano massmediatico (tette/culi/spiagge/vip), ben più pericoloso di qualsiasi uragano Katrina. Quindi eccoci di nuovo, liberi dall'estate, con tre nuovi duellanti (Nicolò Cristaldi, Filippo I. e Fabio Migliorati) e con la compagnia del sito ufficiale della rivista (www.duellanti.com). Nei prossimi giorni, oltre a qualche aggiornamento direttamente dalla 62a Mostra di Venezia, pubblicheremo uno speciale dedicato all'Horcynus festival di Messina, nonché nuove visioni e la seconda parte del percorso dedicato a David Cronenberg. L'uragano è passato, l'occhio del ciclone si è chiuso. Torniamo pure a correre. Lorenzo Mosna Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5572819/Dedicato+a+chi+rallenta
Prendi un soggetto di cinquant’anni fa scritto da un genio. E’ ancora un ottimo soggetto? Oppure il mondo di oggi è talmente cambiato che certe tematiche non possono più suscitare l’interesse dello spettatore? Fare un remake non è mai un’operazione di sicura riuscita: da un lato è giusto confermare alcuni temi, alcune trovate visive o narrative per rispetto dell’opera madre, ma dall’altro si deve pur avere qualcosa di nuovo da dire per giustificare l’opera in sé. Ragionando in questi termini, l’ultima opera di Spielberg rende certamente omaggio all’impostazione originale dell’omonima pellicola del ’53 grazie all’utilizzo della voce narrante (nella versione statunitense prestata da Morgan Freeman), un espediente di valore non soltanto introduttivo e riassuntivo ma, come ben sa chi ha già visto il film, anche scopico. La calda e rassicurante voce fuori campo ci introduce agli avvenimenti, quasi ammonendo chi si aspettava un film di ampio respiro al fatto che quello che avrà di fronte sarà una pellicola di genere, e chiarisce e risolve i più importanti dubbi suscitati dalla fabula in maniera forse troppo sbrigativa e poco appagante per lo spettatore. E’, non a caso, sull’intreccio e non sulla fabula che preferisce sbizzarrirsi la fantasia del cineasta americano, che con creatività e abilità inscena sequenze ad altissimo tasso spettacolare ed emotivo. Con un sapiente uso degli effetti speciali visivi e soprattutto sonori, lo spettatore resta incredulo e impotente di fronte alla devastante invasione aliena esattamente come i protagonisti del film. Esseri umani letteralmente inceneriti, paesaggi completamente stravolti dalla furia devastante del nemico e totale assenza di mezzi di comunicazione fanno da scenario all’avventura della famiglia Ferrier.Lui, Ray (Tom Cruise), è un operaio portuale che si occupa dello spostamento e del collocamento dei carichi pesanti. Ha la mano ferma Ray, ferma e delicata, una mano sapiente che tradisce un’astuzia sprecata in un duro lavoro manuale. Loro, Robbie e Rachel (Justin Chatwin e Dakota Fanning) sono i due figli di Ray e della sua ex Mary Ann (Mirando Otto): adolescente ribelle e bisognoso di crescere e “svezzarsi” lui, giovanissima figlia tanto matura quanto fragile lei. Il problema di Ray, in fondo, sta nel non essere mai riuscito ad essere utile e indispensabile per le persone cui è legato, a partire da Mary Ann che ha un altro compagno del quale è già incinta, fino ai due figli alla cui educazione lui non ha certo mai contribuito. Quando la terra comincia a tremare e gli edifici a franare attorno a Ray e ai suoi due figli, quello che doveva essere il classico week-end fatto di partitine a baseball in giardino e cartoni animati in tv si trasforma in un incubo di annientamento dal quale Ray scappa senza voltarsi indietro. Un vero e proprio esodo verso una “terra promessa” (Boston) che sembra più una corsa verso un’utopia che verso una speranza, guardandosi le spalle da alieni dalla forza distruttiva incontrastabile e da masse di persone impazzite e inferocite. In questa fuga forsennata Ray protegge come può Rachel e si arrende ai bisogni di indipendenza del figlio Robbie, dimostrando un istinto paterno che stupisce persino lui. E’ nelle scene di massa in esterni che il film ha i suoi momenti più fortunati e in cui la straordinaria genialità cinematografica di Spielberg narra di personaggi e situazioni riuscendo sempre a non cadere nel banale ma producendo anzi inquadrature e movimenti di macchina sempre affascinanti e coinvolgenti. Piuttosto è proprio quando la cinepresa decide di fermare la sua folle corsa nell’alcova di Harlan (Tim Robbins) che il meccanismo smette di funzionare e il cambio di registro (visivo e narrativo) non convince più. La suspance in senso Hitchcockiano non è mai stata il cavallo di battaglia di Spielberg e non è certo nelle sequenze in interni di questa pellicola che la fantasia del cineasta americano si libera con maggior scioltezza, rinchiusa in vincoli spaziali che il regista sa ben gestire ma nei quali non risiede certo la sua più spiccata capacità di narrare per immagine e suono. La pellicola ci mostra, al di là dell’aspetto meramente spettacolare, una visione personale del pluripremiato regista sulle conseguenze che eventi catastrofici inaspettati potrebbero avere sul comportamento della gente. Priva dei mass media, priva delle rassicurazioni di un governo fantasma che cessa di comunicare, priva soprattutto della certezza del domani, la gente scappa senza decidere una destinazione sensata oppure si scaglia imprudentemente contro un nemico palesemente più forte e meglio attrezzato. In questo contesto, un lieto fine in puro stile Spielberghiano è tanto incoerente quanto paradossalmente inaspettato.Nicolò Cristaldi Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5555929/La+Guerra+dei+Mondi
Gli zombie tornano a farsi vivi a distanza di vent'anni dall'ultimo episodio firmato George A. Romero, il quale riprende in mano le redini del genere Zombie da lui “inventato” nel 1968 col mitologico “La notte dei morti viventi” e che nel frattempo aveva incontrato zombie centrometristi ed eccessivamente dotati di intelletto.In questo nuovo capitolo gli appestati di Romero hanno intanto invaso il mondo intero lasciando in ogni dove solo le reliquie di una civiltà, che arretrando sempre più al loro incedere è finita per rinchiudersi, in una specie di roccaforte blindata e separata dal resto del mondo. Gli umani in questo ultimo ventennio non hanno saputo trovare una soluzione al 'problema' degli indesiderati stranieri e così si ritrovano asserragliati (o assediati?) nell'ultimo baluardo di civiltà che ancora gli rimane. Romero ci regala ancora una volta una sceneggiatura che trasuda attualità e politica da tutti i pori. Tutto quello che rimane della nostra civiltà ricca e accomodata è ora blindato in un palazzone di vetro che si sforza di creare un'illusione, quella di una realtà che ormai non esiste più. Il padrone della rocccaforte costruita a New York fa di tutto per tenere il mondo al di là delle barriere del suo impero, al cui interno c'è ricchezza e disponibilità di beni in abbondanza, una disponibilità che però viene pagata col prezzo delle vite umane dei poveri disgraziati che si allontanano dalla fortezza per andare a scovare nel mondo co-abitato dagli zombie ciò di cui la gente della zona protetta ha bisogno per continuare la propria dolce vita. La fortezza ha infatti anche una periferia, una zona di mezzo che separa i ricchi dalla bestie (gli zombie) per mezzo dei disgraziati (i poveracci); dove chi non ha i soldi per vivere al sicuro all'interno della roccaforte deve accontentarsi delle briciole e degli scarti, nella continua ansia che prima che gli zombie arrivino nella fortezza questi dovranno passare sui loro corpi. Gli zombie nel frattempo cominciano a cambiare, a imparare, comunicare e a organizzarsi per fare sentire la propria voce reclamando il proprio diritto a uno spazio che sia tutto loro, la loro terra. Gli zombie si sono stancati di un'esistenza misera a guardare i propri simili sterminati senza pietà e ora sono decisi a chiedere il conto. Si organizzano e avanzano, imparando a difendersi, imparando a usare le stesse armi del nemico per vincerlo e annientarlo in una nuova lotta, ad armi pari. Per la prima volta nella saga di Romero, gli zombie smettono di essere una massa indistinta di cadaveri ambulanti per acquisire un'identità e dei ruoli definiti. Se nei precedendi film mai gli zombie restavano sulla cena più del tempo necessario per divorare la propria vittima, ora la loro identità si forma e si struttura attorno a dei caratteri e a dei ruoli precisi. Gli zombie non sono più una massa di individui accomunata dalla sola fame di carne umana; sono diventati un popolo con a capo un leader il cui compito è quello di guidarli nella lotta con l'antica civiltà avanzata ma arretrata nelle loro roccaforti. Gli zombie vogliono 'solo' la loro terra, e quando la ragazza sta per lanciare i missili contro gli zombie che camminano sui ponti della roccaforte ormai capitolata, Reily - il capo del loro gruppo di umani in missione al di fuori dei confini - la ferma così: “lasciali andare, stanno solo cercando un posto dove stare”. Curiosità: se Romero ci offre dei riferimenti all'attualità forse allora non è un caso che il leader del popolo degli zombie è proprio un (ex) addetto a un distributore di benzina. Filippo I. Il link a questo post è: http://duellanti.splinder.com//post/5555628/La+Terra+dei+Morti+Viventi
Per la prima volta su Duellanti Blog viene pubblicato un percorso.
In questo primo, lungo approfondimento parliamo di David Cronenberg. Il nome di questo regista rimanda ad un mondo contorto, pulsante, sgretolato, ricostruito. Un mondo da science fiction, post-apocalittico, post-moderno. Un mondo dove le strade non portano necessariamente ad una meta: semplicemente continuano. Questo continuare imperterrito, insistente, robotico ci rimanda al paradigma della serialità, carattere ultrasfruttato della fiction contemporanea. Nasce da qui la scelta di spezzare questo per-corso (di nuovo il rimando alla serialità) in due puntate. Buona lettura. E buona visione. Lorenzo Mosna
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![]() - La rivista - Duellanti: mensile
di cinema e flussi diretto da Gianni Canova. Non la solita rivista,
bensì una visione completa del cinema e di ciò che lo
richiama. Allo stesso modo, però, Duellanti non si presenta come
una lettura per pochi eletti: è aperta a tutti, avvicina al
cinema anche i meno esperti. Questo è quell'aspetto che, a
nostro giudizio, fa di ogni singolo numero di Duellanti un albo
imperdibile, una sorta di guida più ricca, più precisa,
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